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- Ringrazio di cuore per l’accoglienza e le benevole parole... sono contento di
essere qui, in questa splendida e antica cattedrale... anche se mi trovo qui un
po’ contro i miei propositi. Avevo deciso infatti, dopo aver lasciato
l’episcopato di Milano alla fine di settembre dello scorso anno, dopo oltre 22
anni di servizio pastorale, essendo giunto all’età fatidica dei 75 anni, avevo
deciso - dicevo - di fare almeno un anno di silenzio “sabbatico”, come una
specie di anno giubilare, dedicato alla meditazione e allo studio, senza alcun
intervento o conferenza pubblica. Come oggetto del mio studio avevo scelto la
ricerca sui manoscritti antichi del Nuovo Testamento, partendo da un papiro del
III secolo contenente le due lettere di Pietro, ricerca che ho completato in
questi mesi e che fra poco verrà condensata in un libro dedicato appunto alla
presentazione critica di questo papiro. Mi proponevo poi di iniziare subito dopo
uno studio sul grande codice Vaticano greco 1209, detto codice B, scritto 17
secoli fa. In questo contesto mi era stato fatto l’amabile invito di Abba Orfeo,
di trattare di questo codice con un gruppo ristretto di persone interessate ad
una riflessione sulla Bibbia e che già avevano compiuto un notevole cammino di
approfondimento dei testi della Scrittura. Si trattava quindi di una riflessione
specializzata per un gruppo ben preparato. Ho detto di sì, sia per il rispondere
all’invito dell’ Abba Orfeo e dei suoi monaci che stanno a Gerusalemme, sia
perché restavo così nell’ambito della mia ricerca, senza essere distratto da
interventi pubblici. Poi è intervenuto il vescovo, il carissimo Monsignor Lino
Garavaglia, a cui voglio bene da tanto tempo, anche perché è un mio diocesano,
originario di Mesero, in diocesi di Milano, che è anche il luogo dove ha operato
una grande Santa madre di famiglia, beatificata pochi anni fa da Giovanni Paolo
li, Gianna Beretta Molla. Perciò non ho potuto dire di no al vescovo e mi trovo
dunque qui, un po’ contro i miei propositi, a parlare un pubblico vasto su un
tema molto specializzato.
2 - Ciò costituisce per me, come potete ben comprendere, un
motivo di imbarazzo: come si può parlare di un tema molto particolare, tipico
della ricerca scientifica, a un pubblico vasto che potrebbe non avere molta
familiarità con questi problemi? Cercherò per questo di essere molto semplice,
svolgendo il percorso seguente: anzitutto vorrei spiegare il significato del
titolo di questa relazione, e poi cercare di rispondere ordinatamente alle
seguenti domande:
1. come nasceva un libro nell’antichità?
2 come sono nati i libri del Nuovo Testamento e in particolare
i quattro vangeli?
3 come si sono propagati questi libri e come sono giunti fino
a noi?
4. Quanti e quali testimoni antichi possediamo del testo
evangelico nell’originale greco?
5. Che cosa rappresenta in questo contesto il codice Vaticano
B? Quali sono le sue caratteristiche e qual’ è il significato per
la riscoperta e la determinazione del testo originale greco dei Vangeli?
6. Infine vorrei concludere con una breve riflessione sul
grande valore del testo biblico: sul fatto cioè che non esiste probabilmente
nella storia della letteratura antica un testo più sicuro e più documentato di
quello evangelico.
3 - Inizio dunque con una spiegazione del titolo, partendo dal
sottotitolo, che indica il motivo originario per cui avevo accettato di tenere
questa breve conversazione: una riflessione a partire dal codice Vaticano greco
1209. Questo è infatti il codice al quale mi sto dedicando, e di cui vi ho
portato anche un esemplare che sta qui davanti. Non è evidentemente l’originale,
che è conservato nella biblioteca vaticana, ma una splendida riproduzione
anastatica e fotografica di esso, preparata appositamente per il Santo Padre
Giovanni Paolo Il per il giubileo dell’anno 2000.
Mentre il sottotitolo riporta dunque riflette l’oggetto preciso
sul quale ero stato invitato a parlare, il titolo rimanda a ad un tema più
vasto, cioè al modo con cui sono giunti fino a noi i Vangeli, i quattro Vangeli
di Matteo Marco Luca Giovanni che ora possediamo. Infatti noi oggi li leggiamo
in italiano e li troviamo spesso facenti parte di un libro che contiene l’intero
Nuovo Testamento o addirittura l’intera Bibbia. Ma è ovvio,che non è sempre
stato così. Intanto noi abbiamo tra le mani un libro stampato, e la stampa non è
conosciuta se non da poco più di cinque secoli, mentre questi libri hanno almeno
duemila anni. Che forma avevano dunque questi scritti nei secoli precedenti e
come venivano trasmessi quando non c’era ancora la stampa?
Inoltre noi abbiamo davanti un testo in italiano e sappiamo che
questo non può essere il testo originale perché i Vangeli sono stati scritti in
greco. Dove troviamo dunque gli originali greci dei Vangeli?
Per rispondere a queste domande occorre fare un certo cammino,
di cui ho già indicato le tappe, occorre cioè rispondere ad alcune domande. E la
prima suona così:
- Come nasce un libro antico, cioè un libro composto prima
dell’invenzione della stampa, quando il tipografo Johann Gutenberg, verso il
1450, inventò i caratteri mobili da stampa rivoluzionando il sistema della
cultura europea e poi di quella mondiale? I libri antichi venivano scritti per
lo più anzitutto in una sola copia. Talora era l’autore stesso che scriveva il
suo libro, talora lo dettava. In ogni caso si partiva da una copia manoscritta,
e questo lavoro ovviamente prendeva molto tempo. Tale copia poteva poi venire
prestata ad amici e fatta girare. Poi, se il libro ne valeva la pena, veniva la
richiesta di fame qualche altra copia. Venivano così alla ribalta agli scribi,
cioè gli specialisti della trascrizione, coloro che sapevano scrivere
correttamente e lo facevano per mestiere, che passavano lunghe ore seduti per lo
più per terra, con un foglio sulla mano sinistra e la penna nella mano destra,
intingendo regolarmente la penna nell’inchiostro per scrivere le lettere sul
foglio di papiro che avevano davanti, ricopiando lettera per lettera il testo
originale. Tutto ciò era molto lungo e costoso, e questo spiega come
nell’antichità le biblioteche fossero qualcosa di molto raro e di molto prezioso
e il libro fosse uno strumento praticamente di lusso. Il materiale per scrivere
non era ancora la carta, che si sarebbe diffusa in Europa solo a partire dal
secolo XII. Si scriveva o su strisce di midollo di papiro variamente
intrecciate, che formavano una pagina piuttosto rugosa ma capace di trattenere i
segni, o su pelli di pecora o capra o vitello conciate e lisciate e chiamate
`pergamene’, dal nome della città di Pergamo, dove fu perfezionata la produzione
tecnica di questo materiale scrittorio. Queste pelli di animali erano ovviamente
molto più resistenti dei papiri, che si sbriciolavano facilmente. Per questo
sono giunti a noi copie di libri antichi soprattutto in pergamena, mentre i
papiri che possediamo sono in gran parte di origine egiziana, cioè conservati in
una terra nella quale non piove quasi mai ed è quindi più difficile lo
sbriciolarsi del papiro.
Tutto questo ci fa comprendere come il fatto di scrivere libri
nell’antichità fosse un fatto costoso, piuttosto raro, che riguardava situazioni
o di grande rilievo culturale o di pubblica utilità. Tra queste rientravano
anche il culto pubblico e i grandi raduni religiosi, dove c’era bisogno di
utilizzare libri sacri. In questo quadro possiamo rispondere alla seconda
domanda:
- come sono nati i libri del Nuovo Testamento?
La risposta che darò può fa stupire. Sono nati un po’
occasionalmente, cioè non per un progetto prefabbricato, ma rispondendo a
necessità concrete che via via emergevano. Sappiamo infatti che Gesù non ha
scritto nulla né ha ordinato ai suoi discepoli di scrivere, ma di predicare,
cioè di proclamare oralmente il Vangelo.
Per questo gli scritti più antichi del Nuovo Testamento non sono
probabilmente i Vangeli ma le lettere degli apostoli. Gli apostoli, in
particolare San Paolo, lasciando una comunità per andare in un’altra città,
sentivano ogni tanto il bisogno di scrivere lettere alle comunità che avevano
fondato, per richiamare loro alcuni punti del loro insegnamento, per esortarle e
confortarle nella fede. Queste lettere sono i primi testimoni cristiani scritti.
La lettere più antica conservata che fa oggi parte del Nuovo Testamento è
probabilmente la prima lettera ai Tessalonicesi, scritta verso l’anno 51, cioè
meno di 30 anni dalla morte di Gesù. In tutto quel tempo il Vangelo si era
diffuso già molto nell’arco del Mediterraneo, ma ciò soprattutto attraverso la
testimonianza orale, accompagnata probabilmente da alcuni promemoria scritti ad
uso dei predicatori, che però non ci sono pervenuti come tali. C’era anche un
particolare motivo che tratteneva i primi cristiani dallo scrivere propri libri
sacri. Essi infatti avevano già importantissimi testi sacri, quello che noi
chiamiamo oggi l’Antico Testamento o il Primo Testamento. Quando nel Nuovo
Testamento si parla di “scritture sacre” è ad essi che si fa riferimento. Così
ad esempio quando san Paolo scrive a Timoteo ( 2 Tim 3,15) “ fin dall’infanzia
conosci le sacre lettere” queste sacre lettere sono chiaramente i libri della
Torah o legge, dei profeti e dei Salmi e i libri sapienziali, cioè le grandi
suddivisioni secondo cui gli ebrei avevano organizzato la loro biblioteca sacra.
Essa aveva il nome di “Scritture” o “Scritture sacre” o “lettere sacre” e anche
il nome di “Bibbia”, che in greco significa “i libri”. Tali scritti hanno poi ha
assunto anche il nome di Tenach, dalle iniziali delle tre grandi componenti
Thorah Nebiim Cethubim, cioè legge, profeti e scritti sapienziali e poetici. Di
questa collezione di libri faceva già menzione l’Antico Testamento, per esempio
nella lettera scritta da Giornata sommo sacerdote e dal popolo dei giudei al
popolo di Sparta, circa due secoli prima di Cristo. Ad essi viene scritto così:
“Gionata sommo sacerdote e il consiglio degli anziani dei popolo e i sacerdoti e
tutto il resto del popolo giudaico agli Spartani loro fratelli salute... noi pur
non avendone bisogno, avendo a conforto le scritture sacre che sono nelle nostre
mani, ci siamo indotti a questa missione per rinnovare la fraternità e
l’amicizia con voi in modo da non diventare per voi degli estranei...” (1
Maccabei 12,9-10 ).
Si vede dunque che gli ebrei avevano la coscienza di possedere
questi libri sacri e li tenevano in grande onore. I primi cristiani li hanno
ereditati da loro e non hanno dunque sentito ii bisogno di avere propri libri.
Predicando il vangelo raccontavano i fatti di Gesù basandosi sulla memoria dei
testimoni e facendo riferimento, quanto a libri scritti, alle pagine dell’Antico
testamento, così come aveva iniziato a fare Gesù stesso. Così, per esempio,
apparendo dopo la resurrezione ai discepoli di Emmaus, Gesù “ cominciando da
Mosé e da tutti profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a
lui “ (Lc 24,27). E ancora la sera dello stesso giorno Gesù apparendo agli
apostoli nel cenacolo dice loro: “ bisogna che si compiano tutte le cose scritte
su di me nella legge di Mosé, nei profeti e nei salmi. Allora aprì loro la mente
all’intelligenza delle Scritture”. ( Luca 2444-45 ). Si vede dunque che per i
primi cristiani i testi normativi e sacri erano gli stessi libri usati dagli
ebrei. Ma ben presto, come ho detto, cominciarono a circolare delle lettere di
apostoli alle comunità, che venivano lette, data la ricchezza del loro
contenuto, non solo dalla comunità cui erano dirette, ma che venivano fatte
passare a comunità vicine. Di questo ce ne dà testimonianza l’autore stesso
della lettera ai Colossesi, che conclude il suo scritto così: “quando questa
lettera sarà stata letta da voi, fate che venga letta anche nella chiesa dei
Laodicesi e anche voi leggete quella inviata ai Laodicesi (Colossesi 4,16 ). Di
qui si vede che v’era l’abitudine di fare copie di queste lettere ed inviarle
dalle comunità vicine. Cominciano a nascere così le prime raccolte delle lettere
di San Paolo.
Ma e per i Vangeli? Certamente la prima predicazione orale avrà
sentito abbastanza presto il bisogno di avere dei testi di riferimento, in
particolare raccolte di detti di Gesù, per sostenere la memoria dei nuovi
predicatori. E così che nacque molto probabilmente una raccolta di parole di
Gesù, che fu poi utilizzata dagli autori dei nostri Vangeli e che non ci è
pervenuta. Ma molto presto nacque anche il bisogno di avere un racconto un po’
completo della vita di Gesù, in particolare della Passione, che fosse un po’ la
sintesi della predicazione degli apostoli. E così che la tradizione ritiene che
il Vangelo secondo Marco, probabilmente il Vangelo più antico, scritto verso la
metà degli anni 60, fosse una sintesi della predicazione di Pietro composta dal
suo discepolo Marco. Questo accadeva a Roma, mentre probabilmente in Antiochia
di Siria o in qualcuna delle altre comunità di questa regione un altro
predicatore metteva insieme una sintesi ordinata delle parole e dei detti di
Gesù, che è nota come Vangelo secondo Matteo. Dopo qualche tempo una personalità
colta della cristianità primitiva, il medico Luca, ebbe l’idea di comporre un
racconto ancora più ordinato e completo e lo dedico a una importante personalità
del suo tempo, un certo Teofilo, con queste parole: “ Poiché molti han posto
mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li
hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero
ministri della parola, così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni
circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato,
illustre Teofilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli
insegnamenti che hai ricevuto “ ( Luca 1,1-4 ). Di qui ricaviamo che vi erano
già stati diversi tentativi di mettere per iscritto la predicazione dei primi
divulgatori del Vangelo, e che Luca stesso ha potuto approfittare di alcuni di
questi scritti, probabilmente anzitutto dei Vangelo di Marco, e anche di una
raccolta molto antica di detti di Gesù. Più tardi l’apostolo Giovanni con una
comunità di discepoli, probabilmente a Efeso, misero insieme i ricordi del
discepolo prediletto e le meditazioni di Giovanni su Gesù e ne uscì così il
quarto vangelo.
Questi libri venivano ovviamente scritti anzitutto in una sola
copia, probabilmente con l’aiuto di un amanuense, cioè di qualcuno che sapesse
scrivere correttamente sotto dettatura e con buona velocità Da questa copia poi
ne venivano composte altre, secondo le richieste, sia per uso privato sia
principalmente per l’uso della predicazione nelle comunità. Quando poi si
cominciò a leggere nelle assemblee comunitarie, oltre alle Scritture dell’Antico
Testamento, anche qualche passo dei nuovi libri che raccontavano la storia di
Gesù e qualche passo delle lettere degli apostoli, le comunità si dettero da
fare per avere delle copie di questi scritti e metterli insieme.
È questo il procedimento di origine dei primi scritti
cristiani, che andò avanti probabilmente per circa 40 - 50 anni dopo la morte di
Gesù. Da questo lavoro nacque a poco a poco il testo del Nuovo Testamento così
come lo possediamo, che poi fu via via riconosciuto e adottato da tutte le
comunità cristiane del tempo. Tale processo supponeva ovviamente una
trascrizione accurata dei codici da parte degli scribi, coscienti
dell’importanza del loro lavoro e preoccupati di trascrivere bene ciò il testo
che avevano davanti. Che il loro lavoro, malgrado gli inevitabili errori umani,
sia stato molto accurato e fedele, è documentato dalla sostanziale concordanza
di migliaia di manoscritti evangelici antichi giunti fino a noi.
Possiamo ora rispondere dunque ad una nuova domanda: come si
sono propagati i vangeli? Da quanto abbiamo detto risulta che i vangeli si sono
propagati per trascrizione di copia in copia, per rispondere ai bisogni di
singole comunità cristiane di poter rileggere in pubblico i fatti e i detti di
Gesù o anche per il bisogno di persone colte che volevano avere una copia
personale di questi testi. È molto probabile che le prime copie dei Vangeli
siano state trascritte sul papiro, che era un materiale allora ancora molto
comune e piuttosto povero rispetto al materiale di pelle di pecora, cioè di
pergamena. Ma poi, coi crescere dell’importanza delle comunità cristiane si
cominciò a scrivere anche su fogli di pergamena, e di questo materiale sono
composti i più grandi manoscritti antichi che ci sono pervenuti, tra cui il
codice B. Uno storico del quarto secolo, il vescovo Eusebio di Cesarea, ci
racconta nella sua “Vita di Costantino”, che l’imperatore, verso il 331 d. C.,
volendo fornire di codici biblici le nuove chiese di Costantinopoli, la città da
lui scelta come nuova capitale dell’impero, diede ordine a Eusebio di far
preparare “cinquanta copie della Sacre Scritture, da trascriversi su pergamena
pregiata, con scrittura ben leggibile, da parte di calligrafi (cioè di scrivani
professionisti), e in formato conveniente, facile da trasportare. Si è anche
supposto che il codice vaticano greco 1209, di cui dirò tra poco, sia uno di
questi codici. Ma le sue origini, come vedremo, sono piuttosto dall’Egitto,
anche se risalgono a quella stessa epoca. E anche interessante notare il formato
di questi testi. Fino a non molto tempo prima si usava scrivere i libri su fogli
che venivano poi incollati così da poter essere arrotolati su un bastone (di qui
il nome di `volumen’,cioè qualcosa che si svolge e si riavvolge) per essere
conservati accuratamente. Su simili rotoli venivano conservati i libri
dell’Antico Testamento, e di tali rotoli ne furono ritrovati molti soprattutto a
partire dalla scoperta delle grotte di Qumran, presso il Mar Morto, dopo il
1947. In tali grotte si conservarono per oltre venti secoli centinaia di rotoli
contenenti parti della Bibbia soprattutto in ebraico, che oggi è possibile
ammirare nel museo di Gerusalemme detto “Santuario del Libro”.
Ma col Nuovo Testamento si introdusse una grande novità
“editoriale”. Si capì che era più comodo consultare un testo se era scritto non
in un rotolo da ripiegare, che conteneva tra l’altro poco materiale. Si vide che
era molto più comodo scrivere su fogli di formato quadrato o rettangolare da
collocare poi l’uno accanto all’altro anzitutto ripiegando in due o in quattro
(o in più parti ancora) alcuni fogli grandi, così da costituire i cosiddetti
quaderni ( la parola “quaderno” deriva da quaternio, che era un foglio più
grande ripiegato in quattro parti così da costituire un quadernetto di otto
fogli più piccoli). Si vide anche che era opportuno “rilegare” questi quaderni
ricucendoli insieme per mezzo di fili e tenendoli fermi con un bordo di pelle.
Nascevano così i primi veri e propri “liberi” o “codici”. I papiri più antichi
del nuovo testamento greco che sono stati ritrovati sono tutti frammenti di
pagine di codici e non di rotoli. Si è detto perciò per questo che il “codice” o
libro con sequenza di pagine numerate (perché poi veniva assegnato un numero
sull’alto di ogni pagina) è una invenzione cristiana.
Possiamo dunque immaginare le comunità cristiane di quel tempo,
soprattutto attorno al bacino mediterraneo ma anche in regioni più lontane, come
un grande alveare di trascrizione di codici. Una trascrizione frequente era
anche necessaria perché il papiro era molto fragile e quindi si sbriciolava
facilmente ed era necessario approntare sempre nuove copie di questi libri
preziosi. Questo deteriorarsi rapido del libro avveniva anche per i libri
dell’antichità classica, anche per quelli scritti su pergamena, a causa del
frequente uso. Ciò spiega perché di quasi nessun libro antico classico abbiamo
il manoscritto originale, ma solo dei manoscritti ricopiati. Spesso sono passati
molti secoli tra la prima scrizione del libro e la copia arrivata a noi. Così
per esempio noi leggiamo le opere di Tacito a partire da manoscritti medievali
posteriori di molti secoli rispetto all’opera primitiva. Dei Vangeli invece
possediamo frammenti di papiro già a partire dal II secolo d.C., cioè circa
trenta - cinquant’ anni dopo la loro scrizione. Inoltre possediamo una grande
varietà di questi codici evangelici scritti nei primi secoli che ci permette di
confrontare i singoli manoscritti, correggendo con l’aiuto di uno gli errori
eventuali dell’altro e risalendo così il più possibile vicino ai testi
originali. Infatti, com’è chiaro, la riproduzione a mano, lettera per lettera,
di un testo precedente non avveniva in maniera meccanica come nella stampa, ma
attraverso una ritrascrizione che poteva comportare errori umani, momenti di
stanchezza, sviste, difetti talora anche visivi dello scrittore o di udito, se
il testo veniva dettato. Così avveniva che uno scriba saltasse per esempio una
linea o che saltasse da una parola simile a un’altra simile. Questo spiega
perché i manoscritti antichi non sono mai del tutto perfettamente identici. Ma
data la grande quantità di manoscritti dei Vangeli noi possiamo con ragionevole
certezza risalire ai testi più antichi, quello dal quale sono derivati gli altri
testi da noi posseduti.
4 -. Possiamo così rispondere alla domanda successiva: quanti e
quali sono i testimoni antichi dei testi del Nuovo Testamento, in particolare
dei Vangeli? I più antichi sono quelli scritti su papiri, oltre un centinaio (ma
di cui molti lacunosi), scritti per lo più nel secolo terzo e quarto, ma con
qualche prolungamento fino al secolo VII. A partire dal secolo quarto possediamo
codici scritti su pergamena e in carattere cosiddetto maiuscolo, un carattere al
tipo stampatello che dura fino verso il secolo X. A partire dal secolo X viene
invece in uso una scrittura detta corsiva, che lega le parole, un po’ come noi
siamo soliti fare oggi nella scrittura manuale. I codici conservati dei Nuovo
Testamento scritti tra il secolo Il e il secolo XVII sono circa 3000, ai quali
vanno aggiunti circa 2200 lezionari, cioè testi in cui i brani del N.T. sono
riportati secondo l’ordine delle letture liturgiche. I codici che contengono i
vangeli sono 2238, di cui 178 sono frammentari. 655 sono.i manoscritti che
contengono gli Atti degli Apostoli e le Lettere Cattoliche, 779 sono quelli che
contengono san Paolo e 287 contengono l’Apocalisse. Questi manoscritti sono
conservati in diverse biblioteche del mondo. La raccolta più ricca è quella del
Monte Athos (dispersa però in diversi monasteri) che comprende più di 500
codici, ma di cui molti sono piuttosto recenti. Seguono poi le biblioteche di
Atene, con 419 codici, Parigi con 373, Roma (specialmente la Biblioteca
Vaticana) con 367 codici, Londra con 271, San Pietroburgo con 233 e il monastero
dei Monte Sinai con 230. 158 sono conservati a Oxford e 146 a Gerusalemme.
5 -. Ed eccoci allora alla nostra domanda ultima: come si
colloca in questo contesto il codice Vaticano greco 1209, detto anche codice B?
Si tratta del codice completo più antico che possediamo di tutta la Bibbia
scritta in greco. II greco era la lingua originaria dei testi del Nuovo
Testamento, mentre l’Antico Testamento, come sappiamo, fu scritto in ebraico e
in piccola parte in aramaico. Ma esisteva dell’Antico Testamento già una
traduzione greca già fin dal Il secolo avanti Cristo. Il codice B riporta la
tradizione greca di tutti i libri dell’Antico Testamento e il testo originale
greco di tutti i libri del Nuovo Testamento. Con qualche eccezione però, perché
il testo è lacunoso all’inizio e alla fine e anche un po’ al centro. Sono quindi
omessi i primi capitoli della Genesi, alcun Salmi, le lettere di Paolo a
Timoteo, Tito e Filemone e l’Apocalisse. Si tratta in ogni caso di un codice
grande, sontuoso, molto costoso e molto raffinato, che dovette essere prodotto
per una chiesa di grandi tradizioni culturali.
Questo manoscritto comprende 1536 pagine numerate. Il
manoscritto è composto di fogli di pergamena molto sottile, accuratamente
preparata. Prima della scrittura la pagina veniva cioè posta sotto un telaio e
con una punta di ferro si incidevano le righe, perché lo scriba potesse
procedere in linea retta. Le pagine sono accuratamente ordinate secondo le due
facce della pergamena, che, essendo di pelle di animale, da una parte aveva un
tessuto più carnoso e chiaro, dall’altra uno più peloso e scuro. Il codice è
fatto in modo che le due pagine opposte siano rispettivamente o più chiare o più
scure, sua per l’estetica sia per evitare il danneggiamento dei fogli.
I libri della Bibbia si succedono senza soluzione di
continuità, cioè alla fine di un libro si lascia solamente vuoto il resto della
colonna e il libro nuovo comincia nella colonna immediatamente seguente e non,
come noi siamo soliti fare, in una nuova pagina, magari con un foglio bianco
intermedio. Si ha l’impressione che, pur nella ricchezza dell’opera, forse
necessario risparmiare pergamena. Il testo è scritto ordinariamente su tre
colonne, eccetto che nei salmi, dove le colonne sono due, per dare maggior
rilievo al testo poetico. Ognuna delle tre colonne comporta circa sedici
lettere. La scrittura, secondo l’uso degli antichi è continua, cioè non c’è
nessuna separazione fra una parola e l’altra e non ci sono né spiriti né
accenti. Anche la punteggiatura nella prima trascrizione fu molto scarsa.
Ovviamente mancavano nel testo originale anche tutte le indicazioni di capitoli
e di versetti, che sono stati introdotti più tardi nella Bibbia latina (i
capitoli nel secolo XII e i versetti nel secolo XVI). Chi leggeva questi libri
in pubblico doveva quindi prepararsi molto bene, e sapere quasi a memoria il
testo, utilizzando lo scritto solo per richiamare alla mente la pagina già nota.
Quanti scribi sono stati necessari per scrivere il codice? Se ne sono ipotizzati
tre o quattro, con alcune differenze tra loro, pur usando tutti rigorosamente un
unico stile.
Il testo primitivo si presentava dunque come un testo molto
semplice, senza ornamenti nei titoli e senza particolari accorgimenti per
segnalare le differenti sezioni dei discorso. Ma a poco a poco il manoscritto fu
riutilizzato nel corso dei secoli. L’intervento più importante fu quello fatto
circa nel secolo X, quando uno scriba ripassò con inchiostro tutte le lettere,
in cui l’inchiostro stava svanendo, ad eccezione di quelle ritenute erronee. È
così possibile in questi casi vedere chiaramente il “ductus”, cioè il tocco
dello scriba primitivo distinguendolo da quello successivo. Ma molte altre
aggiunte furono fatte nei secoli seguenti. In particolare gli inizi dei Vangeli
e di altri libri furono adornati con iniziali a colori. Furono poi aggiunti
anche altri segni ornamentali, la numerazione dei capitoli e note di lettura. Si
trovano inoltre nel testo delle osservazioni marginali, databili probabilmente
nella seconda metà del secolo X.
Da dove proviene questo manoscritto? Probabilmente dall’Egitto,
perché sembra legato al testo usato dai Padri egiziani e probabilmente fu
scritto al tempo di San Atanasio, un padre della Chiesa vissuto nel quarto
secolo. Il libro potesse potrebbe essere stato prodotto nell’anno 350 circa:
oggi ha circa dunque 1700 anni di vita. Tuttavia è ancora perfettamente
leggibile e lo si può considerare come uno dei testo più accuratamente
trascritti del Nuovo Testamento.
Poco si conosce della storia di questo testo prima che entrasse
nella libreria apostolica vaticana nel 1475. Da allora fu oggetto di numerose
consultazioni, edizioni e studi critici. lo stesso vorrei pubblicare
un’introduzione critica tutto il codice, che lo presenti in tutte le sue
molteplici caratteristiche. Un codice infatti è come un microcosmo, che sotto la
lente dello studioso rivela una miriade di eventi. Esso riporta in tante piccole
caratteristiche la storia di coloro che l’hanno trascritto, delle comunità che
lo hanno letto, degli studiosi che lo hanno consultato. Un codice dunque è il
rappresentante di una lunga storia spirituale, il segno della venerazione con
cui gli uomini hanno studiato ascoltato la parola di Dio e hanno pregato su di
essa.
6 -Da ultimo, pur non potendo entrare qui nelle complicazioni
scientifiche della storia dei manoscritti e della ricostituzione critica del
testo biblico, potremmo concludere dicendo che il testo dei Vangeli che
possediamo ha tutte le garanzie per essere sostanzialmente identico al testo
originale, uscito dalla penna degli evangelisti. Le numerose piccole varianti
emerse successivamente nella trascrizione dei codici non sono quasi mai di
natura sostanziale, non toccano cioè il senso, pur potendo generare piccole
differenze di traduzione. Il codice biblico dunque è anche un testimone della
serietà e della cura con cui i cristiani antichi trasmisero i loro libri, e si
riflette in esso la fiducia che essi ponevano sulla verità delle cose
raccontate.
Il testi dei Vangeli in particolare sono oggi tra i più
affidabili tra i testi antichi dal punto di vista critico, e ad essi possiamo
anche rivolgerci con fiducia per determinare ciò che la comunità primitiva aveva
sperimentato e tramandato su Gesù. In una società attraversata da grande
confusione mentale e da un pauroso offuscamento delle evidenze etiche, la
presenza di codici di tale perfezione ci ricorda il significato illuminante
della parola di Dio per tutte le realtà oscure del nostro tempo e ci mette a
contatto con quella rivelazione che rimane in eterno.
Spero perciò che voi comprenderete come, dopo avere cercato di
servire la Chiesa sia nell’insegnamento come nel servizio pastorale diretto come
vescovo, voglia ora di dedicarmi, per quel che mi sarà ancora possibile, a
servire la Chiesa studiando uno dei suoi tesori più preziosi, cioè questo codice
Vaticano greco che è uno dei gioielli della Biblioteca Apostolica Vaticana e che
ci testimonia ancora, dopo 17 secoli, della vitalità del messaggio cristiano. A
partire da questi testi noi siamo oggi in grado di incontrare la figura di Gesù,
di vederlo e di ascoltarlo e di parlare con lui con fiducia. Si attua così anche
la speranza del concilio Vaticano li, che cioè attraverso la lettura e la
meditazione dei libri biblici cresca nel popolo cristiano la conoscenza di Gesù
Cristo e che la parola di Dio possa raggiungere i confini della terra. La luce
di questi libri continuerà dunque a illuminare tutte le nazioni, fino a che ogni
parola in essi contenuta non sia compiuta nella pienezza del regno di Dio. A voi
l’impegno di meditare su queste pagine, di farne l’oggetto di una “lectio
divina”, cioè di una lettura accompagnata dalla preghiera, che vi aiuti a
entrare nelle coordinate secondo cui la Provvidenza guida la storia dell’umanità
e quella di ciascuno di noi.
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